Di gente che sbaglia e di gente che non sbaglia mai

Ci sono persone che sembrano nate ‘già imparate’.  Sono le tipiche persone che sembrano fare le cose immediatamente nel modo giusto, che ti schifano con un ‘Ma è facile’ seguito da ‘Ma non ci arrivi?’. Il settore può essere uno qualsiasi, dalla cucina alla fisica quantistica, dal modo migliore per togliere la ruggine dalle ringhiere allo scrivere sonetti.

 

Quello che non vi raccontano questi ‘nati già imparati’ è che di boiate ne hanno fatte pure loro, se capita ne hanno fatte pure tante, forse più di quelle che combinerete voi. Solo che si guardano bene dal dirvelo.

E questo perché generalmente sono persone estremamente insicure che hanno conquistato qualche sicurezza e devono farla pesare sugli altri. Raramente sono dei buoni maestri, sempre che siano interessati a insegnarti qualcosa. Raramente  imparano cose nuove, perché imparare cose nuove significa cambiare schema mentale e mettersi nell’ottica che la sicurezza appena conquistata è da considerare costantemente in pericolo.

 

Fanno moltissima scena, questo sì, e si conquistano l’attenzione degli ingenui e degli sciocchi.

 

Poi c’è un’altra razza: quelli che ti mettono a parte dei proprio successi ma anche dei proprio errori (magari loro li chiamano anche fallimenti, ma per me non lo sono). Non ti insegnano dall’alto della loro infallibilità, anzi, forse lo scopo non è nemmeno insegnarti qualcosa, ma condividere il proprio viaggio con te. Ti raccontano i loro errori perché tu possa farne altri, imparare altre cose e sbagliare a tua volta.

 

Siamo abituati a considerare come perdenti chi mostra le sue debolezze e invece io penso che ci voglia molta sicurezza nei proprio mezzi e molta voglia di mettersi in gioco.

 

Tutta questa tiritera per segnalarvi questo blog: L’Apprendista Cuocone.

Oltre al fatto che scrive in maniera piacevole, le sue vicende sono molto divertenti. E come tutti gli eroi ha i suoi ostacoli da superare, a volte sbaglia, a volte ha successo. Ed è proprio questo il trucco che ci spinge a tifare per lui.

Non si impara niente da un eroe che non si trova mai in difficoltà.   

Apprendista Cuocone

Non avere paura dei libri di Christian Mascheroni: un libro di cui aver paura

Ho rimandato a lungo, troppo a lungo la lettura di questo libro che ho preso presso lo stand della Hacca edizioni e che alla primissima pagina porta una splendida dedica del nostro Christian ( vi avverto, questo mio post è probabilmente influenzato dal fatto che Christian è nostro autore E nostro amico. O magari anche no).

Il libro si intitola “Non avere paura dei libri” ed è un titolo ingannevole perché si può non avere paura delle cose che non ti toccano, che non ti fanno male. E quello di Christian è un libro destinato a graffiarvi, accarezzarvi, coccolarvi e bruciarvi.

Questo libro racconta la storia di Christian e della sua famiglia. Di Eva, la viennese che leggeva per cercare risposte che le permettessero di placare le sue ombre, di Gino che oltre alle fiamme deve combattere anche contro i demoni della moglie. E di Christian, che cresce con i libri a fargli da gradini e da specchi.

Questo è anche un diario di un lettore appassionato, un vero esploratore che conquista il suo West letterario concedendosi storie in qualsiasi forma: fumetti, cinema, serie TV, le voci degli altri. Si ha quasi l’impressione di vederla questa famiglia, si resta nascosti nell’Armadio, dietro file di libri, pagando per tutto il loro dolore e vivendo tutta la loro gioia. Mi sono commossa spesso, ho anche riso, ho appuntato titoli.

E poi ci sono i ringraziamenti: e niente, non so se mi merito un ringraziamento in un libro così.

Non avere paura dei libri

Di autori spammoni: ossia come NON farsi leggere

Una decina di giorni da mi è arrivata una mail da un aspirante autore che mi invita (a me, proprio a me) a leggere i racconti sul suo blog, inserendo nella mail una citazione (con errore annesso. Vediamo se lo trovate).

 

La mail più o meno è questa:

 

Ciao, tutto bene? Scrivo quest’email per proporti una citazione tratta dal mio libro “[Titolo del libro]”
“E non gli aveva forse dato lo stesso un sussulto, un’alterazione impercettibile nel suo battito, una dimostrazione che forse le fiamme che bruciano così ardentemente da arrivare al cielo, sono le stesse che è impossibile spegnere mai del tutto?”
Se ti è piaciuta, sul mio blog puoi leggere uno dei miei racconti!
Spero di non averti disturbato con quest’email, ti auguro buona giornata.
[Nome Cognome]
[url del blog]

 

Ora, voi direte, ma quanto sei cattiva a prenderlo in giro. Lui ha pensato a te, proprio a te, non lo vedi quel ‘ciao, tutto bene?’ così confidenziale? E no cari i miei marshmallow fragolosi (bleargh), perché il signorino ha mandato la mail a più di quaranta persone con gli indirizzi IN CHIARO.

 

Ora voi mi direte, ma quanto sei cattiva, magari ha sbagliato e voleva metterti in CCN ma si è sbagliato. E no, croccantini al burro (argh!), perché su facebook scopro che l’autore in questione ha preso una serie sterminata di indirizzi di genti che lavorano di editoria, li ha divisi per cognome, e poi ha mandato la famigerata mail dividendoci a gruppi. Con gli indirizzi TUTTI RIGOROSAMENTE IN CHIARO.

 

Ora, nel mio gruppo ci sono state reazioni infastidite ma pacate, mi è giunta voce di altri gruppi in cui sono scattati gli insulti peggiori e persino minacce di denuncia (?). Non condivido la scelta di rispondere in maniera così piccata. Io ho risposto che lo ringraziavo per il gentile e personale pensiero, mi sono fatta quattro risate ed è finita lì.
Capita però che io sia iscritta a LinkedIn e ultimamente ci stia passando un po’ di tempo sopra per allargare la mia rete e contatti, quando mi arriva un messaggio e TADAN, è il nostro Scrittore Impenitente e Spammone, che non pago degli insulti ricevuti persevera nella sua diabolica opera. E lo fa sia con me che con altri miei contatti.

 

Ora, cocco de zia, davvero credi che venirmi a molestare e a tirare per la giacchetta sia un buon modo per farti leggere? Ma soprattutto quando hai visto le reazioni scazzate non te le sei fatte due domande?

 

Una cosa è sicura, per una questione di principio io i tuoi racconti non li leggerò mai, perché internet è piena di scrittori bravi che meritano visibilità. ma non mi pare giusto che vinca il più molesto.

 

E tu questo sei: molesto.

Dal diario di Sir Arthur Conan Doyle: ossia come nacquero Sherlock Holmes e il Dr. Watson

Sherlock Holmes

“Gaboriau mi aveva attratto con la limpida stesura delle sue trame, e il magistrale detective di Poe, Monsieur Dupin era stato sin dall’adolescenza uno dei miei eroi prediletti. Non avrei potuto creare un personaggio interamente mio? Ripensai al mio vecchio maestro Joseph Bell, al suo viso aquilino, ai suoi modi strani, ai suoi sconcertanti espedienti nello scoprire particolari, e mi convinsi che se egli fosse stato detective avrebbe certo dato forma di scienza esatta alle sue interessanti, ma disordinate attitudini. E se avessi provato io a raggiungere questo effetto? Nella vita un tipo simile era certo possibile, perché quindi non cercar di farne il protagonista di un racconto verosimile? Va bene dire che un uomo è abile: ma il lettore vuole esempi, esempi sul genere di quelli che Bell ci dava giornalmente nelle corsie.
L’idea mi piacque. Che nome dare al mio personaggio? Ho ancora dei fogli di taccuino con sopra segnati molti dei nomi che mi vennero in mente. Naturalmente mi ribellavo all’idea di un nome che avesse in sé qualche allusione al carattere del personaggio. Cosi ebbe dapprima origine il nome di Sherringford Holmes, che poi divenne Sherlock Holmes. Siccome non poteva raccontare egli stesso le sue avventure, era necessario inventare un personaggio che gli fosse compagno abituale, un uomo d’azione colto, ad esempio, il quale partecipasse ai fatti per poi narrarli. Ci voleva un nome corrente, senza ostentazione, Watson andava benissimo. Ebbi così i miei burattini e scrissi lo Studio in rosso.”

da Ucciderò Sherlock Holmes. Memorie letterarie e avventure del creatore del più celebre detective della storia di Arthur Conan Doyle.

Stroncature: per me è no

Volevo scrivere un post al vetriolo stamattina su quelli che cercano di sfruttarmi come corsia preferenziale per la pubblicazione ricorrendo a stupide moine, mossa molto molto sbagliata visto e considerato che sono piemontese. [Piemontese + moine = ti cavo gli occhi col cucchiaino se mi guardi anche solo per errore. ]

E invece ho deciso che voglio essere simpa e costruttiva e parlare di stroncature.

Non mi piacciono le stroncature. Le trovo francamente inutili. Ma prima di spiegarvi perché partire dalla definizione di stroncatura, che deriva da stroncare.

stroncare
[stron-cà-re]

Troncare, spezzare con violenza; schiantareil vento ha stroncato molti alberi
‖ fig. Interrompere bruscamentela leucemia stronca troppe vite
3 fig. Criticare ferocemente, aspramente, spec. opere artistiche e letterarie, interpretazioni teatrali e sim.: hanno stroncato il suo primo romanzola critica ha stroncato il giovane attore.

Paradossalmente lascio perdere la definizione 3 e prendo in considerazione la prima: a me l’idea di troncare, spezzare con violenza, di essere paragonata a una malattia (sì, vabbè, è figurato ma intanto…) non piace per niente e quando faccio una recensione ho due intenti:

  1. Consigliare quel libro mettendone in luce pregi e difetti;
  2. Spiegare all’autore interessato perché il suo libro mi è piaciuto/non mi è piaciuto;

Capita spesso che un libro mi piaccia per idea o stile o personaggi o trama, a volte per tutti e quattro i motivi e altri ancora. A volte un libro non mi piace ma c’è qualcosa di salvare o che mi ha colpito. Trovo che siano questi i casi in cui abbia senso fare un recensione perché o ritengo che il libro vada assolutamente letto nonostante i difetti o perché c’è contrasto.

Non trovo utile a nessuno dire che un libro fa schifo e basta. E’ come dipingere una tela completamente di bianco o completamente di nero. Aggiunge qualcosa a chi legge? Serve a qualcuno o a qualcosa? Se stai dando la tinta in casa sì, ma per quello ci sono gli imbianchini.

E poi c’è fattore rosicamento. Per fare una buona stroncatura bisogna avere un ottimo controllo della scrittura e del proprio pensiero, ma soprattutto non deve trasparire astio, cosa che spesso accade. Così spesso quando leggo una stroncatura mi immagino il ‘critico’ chino sulla tastiera, a battere i tasti pieno di livore contro quello stronzo che ha pubblicato e lui no.
Lo so che è un pregiudizio idiota, magari il lettore in questione si è semplicemente incazzato per l’acquisto sbagliato e il tempo perso. Anzi, probabilmente è così.

Da lettrice, visto che il mio tempo è poco in proporzione ai libri che vengono pubblicati, voglio trovare motivi per leggere qualcosa, non per escluderlo.

Da autrice, una recensione deve aiutarmi a capire come viene percepito il mio libro, dove secondo il lettore posso migliorare e dove puntare. Poi sta a me decidere su quali critiche vale la pena di lavorare e quali no.

Questi sono i motivi per cui se leggo un libro a cui trovo solo difetti e nulla di interessante evito di commentare. Le stelline di Goodreads basteranno e basterà a me sapere perché quel libro non mi è piaciuto.

Voglio spendere le mie energie per spingere i libri che mi piacciono e che meritano, non per bruciare uno che o cadrà nel dimenticatoio senza il mio aiuto o ha così tanto successo che il mio giudizio varrà un due di picche. 

P.S. Poi vabbè, io ho sta convinzione turca che le stroncature facciano vendere più delle recensioni positive. Ma io ho un sacco di convinzioni sbagliate, quindi fate finta di niente e annuite come si fa con i matti.

Il ‘popolo della rete’ ritiene gli editori fastidiosi (ma non li conosce)

Domenica c’è stata a Bookcity questa cosa qui.

Digital Seminar IoScrittore
Si sono dette tante cose interessanti: si è parlato di ebook e di come si sta muovendo il mercato digitale (ma anche quello cartaceo). Si parlato di comunicazione e nuovi media. Si è parlato di come interagire con il lettore tramite il web e i suoi strumenti. Una cosa però molto interessante sia per il lettore che per l’editore è stato l’intervento di Alessandro Magno che si è divertito a sfatare qualche opinione/bufala/mito sull’editoria e sui libri.
Uno di questi diceva più o meno che la gente ha una pessima opinione degli editori perché ritenuti degli intermediari inutili. Però il relatore sottolineava anche che la maggior parte dei detrattori, ma anche quelli che non detraggono, non ha un’idea chiara di cosa fa l’editore. E allora mi dico che bisognerebbe fare un po’ di educazione in questo senso. Portano i bambini nelle fattorie e alla centrale del latte per far capire loro non solo il procedimento con cui nasce un prodotto ma anche il valore di un prodotto genuino. Questo dovrebbe aiutarli a mettersi nell’ottica di imparare, da grandi, non solo a scegliere ma anche a informarsi su come viene prodotto un determinato alimento. Ci sono trasmissioni, siti, articoloni, saggi che spiegano come individuare l’alimento migliore, come è stato prodotto, dove è stato prodotto, perché quello cambia tutto.

Non si potrebbe fare le stessa cosa con i libri?

Attenzione, non sto dicendo che bisogna dire alla gente cosa comprare, come comprare, o quanto spendere. C’è chi avendo tutta una serie di informazioni magari riprenderebbe lo stesso libro, e va benissimo così (sì, anche fosse Volo), così come è legittimo andare dal porchettaro e ingozzarsi con salsiccia e crauti cucinati in mezzo alla strada. Però con un po’ più d’informazioni magari sarebbero in grado di capire meglio cos’hanno tra le mani.

Alla fine l’editore non è molto diverso dal produttore di vino e o di miele. Credo che soprattutto per quelli piccoli e indipendenti (per quelli grandi non parlo, perché non ho esperienza in merito) l’identità sia fondamentale, ma spesso è complicato far capire alla gente che valore ha quel marchio che tu hai voluto mettere su quel testo. Questa senza togliere che il testo può essere brutto, essere poco curato, o poco nelle corde di chi lo sta leggendo in quel momento.

Non voglio difendere il ruolo dell’editore. Tanto se deve sparire a causa del selfpublishing o del web non sarà questo post a fermare il tracollo. Però prima di dire che una cosa non serve forse sarebbe utile sapere che cosa fa.

Per dire, c’è gente che va in libreria a chiedere se possono stampargli un libro o alle fiere viene da noi a chiedere se abbiamo il libro delle Parodi.

In definitiva, non credo che il ‘come viene un prodotto un libro’ debba essere solo interessante per chi nell’editoria ci lavora e di chi ci vorrebbe lavorare. Spesso i libri che spiegano il lavoro editoriale sono rivolti agli addetti ai lavori, magari potrebbe essere interessante proporre un testo che possa orientare il lettore a partire dal lavoro editoriale. (Magari esiste già e sono io che c’ho l’ignoranza dentro).

Cosa voglio da Facebook: sincerità, storie e altre cose

In questi giorni è girata questa notizia che a quanto pare è una bufala ma facciamo finta di no. Un tizio francese ha deciso di essere sincero su Facebook e come risultato gli amici l’hanno cancellato.

Detto così sembra che Antoine sia una povera vittima e una cavaliere senza macchia. Ma se leggete i suoi commenti capite che non è stato sincero. E’ stato stronzo, punto.

C’è modo e modo di dire le cose, ma soprattutto si può dirle in privato non facendo sentire gli altri delle merde. Perché essere sinceri non dovrebbe essere un atto rivolto a se stessi della serie ‘guarda quanto so’ fffigo a fare la voce fuori dal coro’. Dovrebbe avere a che fare con la comunicazione. E se tu aggredisci una persona, in pubblico tra l’altro, come puoi pensare che sia disposta ad ascoltarti?

Altra cosa, in uno dei ‘commenti sinceri’ Antoine dice a una madre che non gliene frega nulla di cosa mangia o non mangia il figlio. Ora, non mi pare che nessuno ti punti una pistola alla testa per obbligarti a seguire una persona. Facebook ti permette di filtrare le informazioni in un milione di modi diversi. E soprattutto non interessa a te, ma magari a me sì. O semplicemente questa mamma aveva voglia di raccontare anche la sua quotidianità. Così come molti di noi usano Facebook per sfogarsi, per prendere in giro, per condividere i propri successi e frustrazioni. Ma scusate, se non vi interessano le storie degli altri, su Facebook cosa ci fate? Sono sempre e solo gli altri a doversi interessare di quello che fate?

Io in questa presunta sincerità non ci vedo proprio niente di eroico, intelligente o sano. Ci vedo solo la presunzione di avere la verità in tasca e il diritto di ferire gli altri, in pubblico per altro. Mi chiedo soprattutto se Antoine sia una persona felice, perché se ha tutta sta rabbia da sfogare, il dubbio che non lo sia, viene.

Libertà di scrivere, ma non di leggere (e criticare)

Gli scontri con gli scrittori o aspiranti tali sono sempre utili. Ad esempio ti possono capitare conversazioni come queste, esempio di coerenza e intelligenza.

“Questo racconto/commento/post è scritto male/non mi piace/non funziona/ecc.”

“Io ho diritto di scrivere quello che voglio e come voglio. C’è il diritto di parola/di opinione/di espressione in questo paese.”

“Ottimo, quindi sono libero anche di esprimere la mia opinione: questo racconto/commento/post è scritto male/non mi piace/non funziona/ecc.”

“Non puoi dire agli altri cosa devono o non devono fare. Se non ti piace, non leggere.”

Il candidato trovi l’errore.

Di folgorazioni e del divieto assoluto di raccontarle in giro

Ci sono quelle volte in cui vieni colpito da un’immagine, una frase, una situazione che nel giro di un microsecondo generano una storia. A volte invece le storie si autogenerano apparentemente dal nulla. E succede nei momenti più improbabili e scomodi.

Ad esempio l’ultima volta che mi è capitato era il 19 maggio 2013, in piena notte. Come faccio a ricordarmi la data? Naturalmente era durante il Salone del libro di Torino, dopo una delle giornate più stancanti in assoluto, il sabato. E quindi avresti un disperato bisogno di sonno e di azzittire il brusio che ormai farà da fondo costante ai giorni che verranno. Ma sei talmente stanco che non dormi, vegeti sulla superficie del sonno sempre sul punto di saltare su e urlare “ODDIO è TARDIHHHHHHHHHHH”. Tardi non si sa bene per cosa, ma questo non è rilevante.

E insomma durante la notte tra il 18 e il 19 ti viene quest’idea folgorante per un libro e magari, se capita, a te che non te ne frega niente di vincere il Nobel (volpe, uva, sì quello) sembra  pure una roba con del potenziale commerciale. Insomma c’è la possibilità che qualcuno ti caghi.

Ti rigiri un po’ nel letto con questa idea che ti frizza, anzi che ti esplode nel cervello come la Mentos nella Coca-Cola. E a un certo punto con tutto il bene che ti vuole l’Andrea di turno si gira e ti chiede ‘Stai bene?’ che tradotto significa ‘La molli di rompere i cojoni o vuoi dormire sul balcone?’. E tu dici ‘No, niente’. E se hai fortuna il tuo Andrea tornerà a dormire. Invece il mio appartiene a quella razza di Andrei, quanto mai rara e preziosa, che continua a chiedere. Finché non gli dici: ‘Ma niente, mi è venuta l’idea per una storia. Ma no, lascia perdere, scusa se ti ho svegliato.’ Si dà il caso che questa particolare specie di Andrei scriva anche e sia appassionata lettrice e quindi vuole capire se l’hai svegliato a minchia oppure hai avuto l’idea del millennio e presto saremo tutti ricchi.

In quel momento fai un errore. Anzi, fai l’Errore con la E maiuscola e anche un po’ incisa con font tombale.

Gli racconti l’idea.

Nella tua testa tutto aveva senso: protagonisti, trama, personaggi secondari, ambientazione, sinossi, copertina e fascetta, cast per il film, perfino un’edizione di Cluedo. E invece, mentre racconti, per qualche motivo l’idea si affloscia come un soufflé che ha preso una botta d’aria fredda. Impazzisce come la maionese che tua mamma sa riprendere pure se l’olio se n’è tornato nella bottiglia per conto suo, e tu no.

Fa l’effetto di uno starnuto mancato perché qualcuno ti ha tappato il naso. Non vedevi l’ora di tirarlo fuori sperando in una certa gratificazione e invece niente. Ti muore lì, davanti agli occhi. O dentro il naso, dipende.

E allora il tuo Andrea decide che per questa notte non ti caccia sul balcone. Tanto la tua punizione ce l’hai già avuta e la tua immaginazione è stata mortificata a contatto con la realtà. (Ma morisse ‘sta realtà.)

Morale della favola: mai raccontare un’idea. Lasciatela decantare. E se ve la dimenticate c’è un motivo: faceva schifo.

Moccia e Volo sono gli alibi preferiti degli scrittori esordienti

Mi ero ripromessa di non scrivere più post piccati, poi la mamma mi dice che sono sempre incazzata, però evidentemente mia mamma non frequenta gli scrittori esordienti altrimenti mi capirebbe. Eccome mi capirebbe. Rifilerebbe loro la sua minestra più schifosa solo per godersi la loro sofferenza.

Il problema è il seguente:

Gli scrittori esordienti incolperebbero pure il Papa per il fatto che non vengono considerati di striscio dagli editori. Lasciando stare il povero Papa che ne avrà già abbastanza con la telecom che gli offre il contratto business alle cinque del mattino, le scuse di solito sono queste.

[Edit del 20/09/2013: mi fanno giustamente notare che ‘Gli scrittori esordienti’ oltre che troppo generico è anche impreciso. Avrei dovuto scrivere ‘Alcuni scrittori esordienti o aspiranti tali/alcuni di quelli che mandano i manoscritti/alcuni di quelli che vorrebbero pubblicare’. Ovviamente gli aspiranti esordienti ed esordienti non sono tutti così. Noi oltre ad averne conosciuti tanti, ne abbiamo anche pubblicato qualcuno. Questo perché come al solito non si senta toccato chi si sta sforzando di capirci qualcosa in questo delirio che è il mondo editoriale.]

  1. “L’editoria è un mondo chiuso.” L’editoria è un mondo chiuso tanto quanto quello dei produttori di tende da campeggio. Se non sai niente di tende da campeggio puoi permetterti di andare lì a sentenziare? A lamentarti di dinamiche che nemmeno conosci? E che evidentemente non vuoi conoscere?
  2. “Sono tutti raccomandati. Se non hai santi in paradiso…” A parte che potrei farti millemila esempi di gente pubblicata da editori validi senza nessun santo da nessuna parte. Ti do una motivazione più logica: perché un editore che si trova tra le mani un buon libro non dovrebbe pubblicarlo? Perché non è commerciale? E lo pensano tutti e 2000 gli editori presenti sul territorio italiano?
  3. “Pubblicano solo romanzi di merda.” No, TU leggi romanzi di merda. E TU non sai sceglierti i romanzi giusti. Vengono pubblicati 60000 libri l’anno, incluse le ristampe. Mettiamo che i romanzi nuovi siano solo 5000 (è un numero a caso eh, non prendetemi sul serio.) Aggiungici anche quelli degli anni precedenti che non hai letto. Capisci bene che se pensi che in giro ci sono solo romanzi di merda sei TU il problema. Non gli editori. Che pubblicheranno anche cagate, ma basta non comprarle.
  4. “Ma pubblicano Moccia e Volo e me no.” A ) sarei curiosa di sapere se li hai mai aperti sti libri per averne tutto sto disprezzo, ma scommetto che dici che fanno schifo per sentito dire. B) Se hanno fatto successo c’è un motivo. Magari non letterario, ma c’è un motivo.  Se tu capissi il motivo non saresti qui a triturarci le palle con i tuoi uggiolii. E scommetto anche che si ti dicessero che il romanzo che hai scritto fa tecnicamente schifo ma è tanto commerciale da foderarti le palle d’oro getteresti al vento le tue convinzioni letterarie. Venderesti pure tua madre, pur di avere il loro successo.
  5. “Gli editori non leggono neanche i manoscritti.” E gli scrittori non si sprecano neanche a controllare cosa pubblicano gli editori a cui mandano. Te lo meriteresti, davvero, che non ti leggesse nessuno. E invece ci sono parecchi editori che fanno il loro lavoro e si ritrovano a cestinare romanzi fantasy quando pubblicano solo noir. Non è che gli editori ti chiudono le porte, è che ti ostini a voler passare attraverso i muri.
  6. “La gente è stupida: legge solo porcate.” Ricordati bene una cosa, se e quando capiterà a te di pubblicare: la gente che oggi insulti domani potrebbe diventare un tuo lettore. Significa che diventa intelligente solo perché legge te? O che ci sia un gruppo di eletti che aspetta di veder pubblicato il tuo libro? Ma veramente? Ricorda che il lettore, qualsiasi cosa legga, merita il tuo rispetto. Sempre.
  7. “L’editoria è in crisi perché non ha saputo rinnovarsi/non punta sugli esordienti.” No, cocco di mamma, l’editoria è in crisi perché A) la gente non legge B) la gente di cultura come te gli esordienti non li compra e quando provi a proporre qualcosa di nuovo ti guarda di traverso. Vorrei tanto saperlo qual è l’ultimo esordiente che hai letto, magari pubblicato da una piccola casa editrice. O quand’è l’ultima volta che hai partecipato a un evento culturale, se non per smollare il tuo manoscritto all’editore/autore di turno. Tu stesso non sei il pubblico che ti serve per pubblicare. Quindi tu noialtri, che minghia vuoi?

In conclusione caro scrittore esordiente, piantala di bucare il pallone ogni volta che non ti fanno giocare. Perché qui le palle piovono dal cielo e tu non sei esattamente insostituibile.  Impara le regole e ringrazia che il mondo dell’editoria per gli autori non è nemmeno dei più chiusi. Ci sono manuali, corsi, interviste di scrittori che possono insegnarti qualcosa, concorsi di ogni sorta. Ma finché passi il tempo a dare la colpa a Cthulhu dei tuoi fallimenti non ci arriverai mai a pubblicare.