“Mamma, torna a casa” Tanta malinconia prima di andare al mare

Due giorni fa ho dato l’ultimo esame prima delle vacanze. Durante il tragitto in tram mi sono letta una graphic novel che aspettava nella mia pila di libri da troppo troppissimo tempo. E niente mi stavo per mettere a piangere come una scema. Se qualcuno mi avesse chiesto avrei mentito usando la scusa dell’allergia. Sarà che a me le storie di famiglia colpiscono sempre un sacco. Mi sciolgo in lacrime per madri che abbracciano i figlioletti, alle riunioni di Carramba che sorpresa, a coppie scoppiate e riaccoppiate.

Mamma torna a casaMamma torna a casa by Paul Hornschemeier

My rating: 4 of 5 stars

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In questo caso la storia racconta di Thomas e suo padre che devono affrontare la morte della madre. Solo che Thomas ha sette anni e senza l’aiuto del padre, che sta a poco a poco svanendo, deve trovare il modo di affrontare questo vuoto che gli sconvolge la vita. cerca così di salvare l’ultima persona che gli è rimasta, suo padre, indossando la sua maschera da leone che gli farà da talismano fino alla fine.

La cosa che mi ha colpito di più sono i sogni del padre in contrapposizione all’immaginazione del figlio. I sogni di David sono oscuri, malinconici, inquietanti, la speranza viene inghiottita letteralmente da un mare nero pece, impedendogli di tirarsene fuori. Thomas invece si cuce intorno un mondo in cui il suo ruolo è quello di proteggere la sua casa e i suoi affetti, anche quelli che non ci sono più, in conflitto con un mondo adulti che non capisce e che non lo ascolta.

Colpiscono anche queste tinte piatte quasi senza sfumature e queste immagini dai contorni precisi che sembrano adatti a indicare verità assolute. E invece leggi le ultime pagine e ti rendi conto che il dolore non ha nessuna logica.

Io ve lo consiglio se avete voglia di piagnucolare un po’, se volete entrare nel mondo di Thomas.

I Cattivi Pensieri: perché dovreste leggerlo

Sono sempre restia a fare pubblicità ai libri Las Vegas fuori dagli spazi della casa editrice. Forse perché temo che se consigliassi un libro, risulterei poco sincera perché interessata. E poi mi viene in mente che forse sono la persona più indicata, fatte le dovute premesse. Perché chi meglio di chi l’ha scelto, curato, ci ha investito tempo, può darti buone ragioni per leggere un libro? Ho deciso di partire dal fondo.

I cattivi pensieri di Giorgio Pirazzini

Intanto bisogna segnalare che Giorgio ha già pubblicato con noi un libro La notte raccolgo fiori di carne che sì, è inquietante almeno quanto il titolo e la copertina. Se l’avete già letto sono sicura che non vi avrà lasciato indifferenti (aehm).

Nei Cattivi Pensieri invece non si parla di gente chiusa in valigia a scopo tortura. Ci pensano i personaggi a torturarsi tramite le loro storie, in modo più sottile e forse anche più maligno.

Il protagonista in particolare si è intrappolato da solo in una vita che non gli piace, condivisa con una donna indifferente. Poi una sera incontra un tizio che per divertimento (e per sfogare una rabbia che non si capisce da dove arrivi) devasta automobili. La storia si costruisce intorno al protagonista a partire da questo incontro e si dipana seguendo le vicende di diversi personaggi fino alla fine, celebrata a Venezia con una cena molto particolare.

I personaggi dono tutti arrabbiati, falliti, delusi e deludenti, che prima di crollo (ad ognuno il suo) vivevano vite apparentemente felici e di successo. E qui voi direte ‘bella palla’. E invece no, perché il racconto in realtà è molto divertente, dà sfogo alla cattiveria e alle perversioni autodistruttive dei protagonisti con una leggerezza insospettabile.

E la cosa tremenda è che diventa catartico persino per te che leggi. (State tranquill*, la vostre auto sono al sicuro).

Quindi ecco questo è il libro perfetto per sentirvi più cattivi e un po’ meno in colpa per i vostri Cattivi Pensieri.

Due ulteriori appunti tecnici, uno sullo stile, uno sulla struttura.

Giorgio prima di pubblicare La notte raccolgo fiori di carne, ci mandò due manoscritti in lettura di cui uno firmato con lo pseudonimo. Furono selezionati entrambi per la prima scrematura. Questo aneddoto dovrebbe esservi da garanzia per lo stile.

La struttura: all’inizio i Cattivi Pensieri era una raccolta di racconti, ma i vincoli tra le varie storie erano così stretti che ci abbiamo lavorato finché non ne abbiamo fatto un romanzo. Questo vi garantisce che ognuno dei personaggi principali ha il suo spazio, la sua storia, la sua profondità, ma anche che pur configurandosi come un mosaico il romanzo è ovviamente ben legato.

Leggetelo e ditemi se vi ho detto una bugia.

Dopo gli EAP, i BAP: blogger a pagamento

Pensavo che fosse un fenomeno relativamente poco diffuso e che fossimo particolarmente sfigati ad averli beccati noi, ma a quanto pare sulla piazza editoriale c’è un nuovo fenomeno: i BAP, blogger a pagamento.

Questi sedicenti blogger offrono servizi spessi non richiesti ad autori e case editrici. Chiedono soldi per recensire, per fare interviste, per ospitare il libro nei loro spazi.

Recensioni a pagamentoRecensioni a pagamento
Le obiezioni che si possono fare a questo tipo di offerta sono diverse e parallele a quelle che si possono fare agli editori a pagamento.

Da autore/editore:

A) Perché dovrei pagare per fornirti la materia prima, senza la quale il tuo blog non esisterebbe?

B) Se recensisci tutti quelli che ti pagano allora non c’è né obbiettività né selezione, quindi cosa me ne frega di finire in uno spazio pieno di ciarpame?

C) Perché devo pagare per una cosa che altri blog sanno fare meglio ma soprattutto gratis?

D) I lettori non sono scemi e si accorgono in fretta del fatto che recensisci bene un libro solo perché qualcuno ti paga. Quindi se deve cercare recensioni obiettive va altrove. Che razza di visibilità mi offri?

E) Da autore o editore che figura ci faccio nel momento in cui salta fuori che ho pagato per le recensioni? E cosa dovrebbe spingere gli altri blogger a non chieder soldi per recensirmi? Se ne ho pagato uno, allora devo pagarli tutti.

Da lettore i dubbi si legano al punto D :

Perché dovrei affidarmi a un blogger che recensisce perché pagato?

Qualcuno ha detto che in fondo non ci vedeva nessuno scandalo in un’offerta come quella che leggete nelle immagini perché alla fine ti danno un servizio. Sta a te rifiutare.

Partiamo dal presupposto che un servizio me lo vado a cercare. Ma sopratutto dietro questa vendita di opinioni, perché di questo si tratta, c’è una perversione del ruolo del blogger che svende la sua affidabilità per quattro soldi.

Fortunatamente non tutti i blogger sono così.

 

Racconti del terrore e del mistero e autori che scrivono anche altro

Un po’ di giorni fa siamo andati al Libraccio, cercavo dei titoli che ovviamente non ho trovato. In compenso snasando tra gli scaffali ho trovato questi libriccino qui.
I racconti del terrore e del misteroI racconti del terrore e del mistero by Arthur Conan Doyle

My rating: 4 of 5 stars

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La storia del conflitto tra Arthur Conan Doyle e il suo personaggio più famoso è storia nota. I suoi racconti su Sherlock Holmes hanno oscurato qualsiasi cosa altra cosa abbia provato a scrivere, per quanto notevole. Questo lo si deduce dalla sua autobiografia e anche dal fatto che, armato di penna e inchiostro, cercò di ucciderlo, con gran disperazione dei fan e dell’editore. [E infatti quello Sherlock Holmes scritto in rosso sulla copertina c’entra niente con questi racconti. Doyle si starà rigirando nella tomba.]

Ma torniamo a questi racconti che spiegano bene quanto fosse eclettico il nostro Doyle. Ci trovate un po’ di tutto: tunnel, mostri, omicidi misteriosi, oggetti che fanno rivivere ai proprietari esperienze di altre persone, personaggi bislacchi, pericolosi, dalle strane manie.  La cosa interessante è che l’autore cerca di creare sempre una certa atmosfera per poi ribaltarla.

Vi faccio un esempio?

Una stanza, arredata in parte molto lussuosamente e per l’altra metà con uno stile molto austero. Ogni parte rispecchia uno dei suoi abitanti: Archie Mason, austero e serio, e Lucille Mason, audace, intensa, passionale. Lucille ad un certo punto si innamora di un altro uomo. Il marito entra nella stanza, un giorno e le dice che sa cosa sta facendo. La donna stava cercando di avvelenarlo con l’arsenico, ma l’uomo decide di essere generoso e di permettere alla donna di stare con l’uomo che ama. Ad un patto: Lucille deve scegliere chi tra lui e l’amante dovrà bere l’arsenico, mettendo la donna davanti a una decisione terribile.

In un angolo della stanza c’è una quarta persona, lontano dai tre, rannicchiata contro il muro, in un angolo, ignorata. Il suo volto celato da una cassetta scura avvolta in un panno nero. Indovinate un po’ chi era e che cosa stava facendo quel tizio?

E tutto costruito ad arte, per il piacere di stupire il lettore e tenerlo attaccato alla pagina. Se la volete sapere tutta, trovo che questi racconti siano mediamente migliori di quelli che ha dedicato a Sherlock Holmes, forse perché questi ultimi sono di più e sono stati scritti sotto la pressione del pubblico.

Ultima lezione di Barbara Lanati

Ho chiesto la tesi, l’ho chiesta in un ambito che mi è sempre interessato, l’americanistica. Parlerò di cose che mi interessano e mi divertono, cose che non pensavo di poter fare, quanto meno non in una tesi. Scegliere l’argomento della tesi, della tua ultima tesi, non è mica semplice. Ci devi lavorare parecchio e devi avere materiale a portata di mano, altrimenti ci metti tre anni invece che sei mesi o un anno.

E io avevo questa idea in testa, dopo aver letto Poe, che mi frullava nel cervello e chi mi dava l’opportunità di parlare di Sherlock Holmes e alcune delle mie serie preferite. Secondo me non era nemmeno troppo originale e sicuramente c’erano migliaia di tesi simili. Faccio il mio progettino e lo porto a questa professoressa di Lingua e Letteratura Anglo-Americana, uno degli ultimi corsi che ho seguito, e mi dice che sì, si può sicuramente fare, che può essere interessante.

E voi direte ‘Chissene frega?’ e ‘Cosa c’entra col titolo?’. Con calma neh, che ci arrivo.

Parto dall’inizio, dalla prima lezione del primo modulo di quest’anno. La prima volta che ho visto la Lanati, a parte una vaga idea sul programma, non sapevo che cosa aspettarmi. Sicuramente non mi sarei aspettata una professoressa che ti dice che noi eravamo lì per imparare ma anche lei era lì per imparare da noi. Questo da una che insegna da quarant’anni (sul curriculum che trovate qui c’è scritto che è diventata professore incaricato nel 1973). Ci ha detto tante altre cose interessanti, ma questa mi ha colpito particolarmente.

L’ultima lezione si è svolta mercoledì. Ci siamo trovati in Sala Lauree di Giurisprudenza invece che nella nostra solita auletta 11 per un intervento del professor Gianluca Cuozzo (che ha parlato di Sherlock Holmes. Lollonih. Sono perseguitata). Alle 15 la professoressa doveva scappare e invece sono entrati uno stormo dei ex-studenti di generazioni diverse, che hanno voluto festeggiare la sua ultima lezione in maniera degna.

La prima persona che ha preso la parola (mi spiace di non aver colto il cognome. Il nome era Valeria) si è rivolta direttamente a noi novelline nonché ultime studentesse della professoressa. ‘Voi forse non lo sapete ma avete studiato con una delle più grandi intellettuali degli ultimi trentanni’.

Ma quello che è uscito dopo dalla bocca, dai ricordi, degli ex-studenti raccontava molto di più. Era gusto della scoperta, capacità di trasmettere passione, di raccontar storie che è un po’ il motivo per cui mi sono iscritta all’università. Scoprire cose nuove, leggere libri di autori che mai più avrei pensato esistessero. Con mia grande delusione non è stato così, ma questo ultimo corso mi ha dato una spinta non indifferente verso l’ultimo traguardo .

Mi sono commossa molto quando la professoressa si è scusata con noi perché negli ultimi mesi non era stata al meglio della sua concentrazione. Irrequieta, dorme poco, dice. La tormenta l’idea di non tornare più a insegnare, aggiunge. Le mancheranno gli studenti, chiude. E io mi angoscio un po’ con lei perché benché onorata di esserci in un momento così importante non potrò più dire a nessuno ‘Segui il corso della Lanati. Io sono rimasta folgorata’.

Ecco cosa avrei voluto dirle a quel microfono mercoledì. Ma mi è mancata la voce, e non per l’influenza.

E spero di fare una buona tesi, sì.

P.S. Ho pure scattato qualche foto col cellulare scrauso. Perché non ho la macchina fotografica quando serve?

Ora tocca a noi aiutarvi

Ieri sono andata a parlare con una professoressa del cui corso mi sono innamorata per due progetti. Una era la tesi (Raga, habemus tesi).

L’altro riguardava l’idea di recuperare traduzioni di libri andate fuori diritti. Ne abbiamo parlato e la professoressa in questione si è mostrata felice di aiutarci.

La cosa che però mi è colpito sono state le sue parole.

“Io sono stata aiutata da giovane. Ora tocca a noi aiutarvi.”

Io mi chiedo perché una cosa del genere mi abbia tanto stupito. Forse perché l’atteggiamento di quella generazione è sempre stato del tipo ‘mi-sono-fatto-da-me’ dimenticandosi convenientemente che se hanno potuto fare determinate cose è anche grazie a chi gli ha dato una possibilità.

Ecco, questa ci manca, gente che riconosca di essere aiutata che abbia voglia di fare le stessa cosa con qualcun altro. E smetterla di pensare che ci si è fatti da sé.

La prima cosa che ho scritto

In un gruppo di Facebook è saltata fuori la domanda ‘Qual è la prima cosa che ricordate di aver scritto?’

Parlo della prima roba scritta non commissionata da insegnanti, maestre, zie, genitori.

Da piccola mi fu regalato un teatro di marionette. Bellissimo, gli sfondi me li ricordo ancora adesso. Sembravano tanto quelli della disney, suggestivi, dettagliati, pieni di storie anche quando erano vuoti. E le marionette erano di stoffa e legno. Re, streghe, giullari, cavalieri appesi a fili di plastica. C’era anche un sipario di raso rosa che tiravi su con dei fili nascosti dietro gli scenari di cartone.

Così la prima cosa che ho scritto è stata la sceneggiatura per uno spettacolo di marionette. Volevo che fosse perfetto, l’avrò riscritto cento volte perché avevo una pessima calligrafia. È finita poi in tragedia perché si sono arrotolati i fili, quindi ho ammazzato principessa, re e principe che erano in scena per mettere fine a quel guazzabuglio di arti piegati in maniera molto poco naturale. La strega ha vinto. Avevo otto anni. Traumi.

Essere troppo buoni o troppo cortesi – Manoscritti e dintorni

Nell’ultimo mese mi sono impegnata a smaltire un po’ di manoscritti. In genere leggo, prendo appunti, lascio sedimentare un po’ in modo da vedere cosa mi rimane di quello che ho letto. Poi contatto l’autore.

Se pensate che leggere un manoscritto per la prima volta sia poi tanto diverso che comprare un libro in libreria vi sbagliate: mentre leggo ragiono chiedendomi ‘ma se lo trovassi in libreria lo comprerei?’ Ovviamente la domanda deve, a differenza di quando scegli senza vincoli, trascendere un po’ dai gusti personali (non mi piace il rosa, mi piace il fantasy, ecc.)

Ora capita ogni tanto che conosca l’autore anche personalmente e non so per quale funesto motivo la gente è convinta che questa cosa mi spinga a essere più gentile, più politically correct per non rovinare rapporti preesistenti. [Sarà che sono troppo bionda, troppo donna, troppo miope, troppo giovane, che normalmente non sfanculo ma nessuno. Nel caso, comincerò.]

Vorrei quindi chiarire alcuni punti.

  1. Nel momento in cui mi arriva un manoscritto, dell’autore mi frega poco e niente. Ci sono io, lettrice, e lui, il manoscritto.
  2. Se spendo del tempo a leggere e a scrivere un giudizio, cosa vi fa pensare che abbia qualche interesse a indorarvi la pillola? Ho interesse che al lettore arrivi un romanzo/racconto interessante. Non che voi vi sentiate coccolati: per quello c’è la mamma.
  3. Io tendo sempre a vedere sia gli aspetti negativi che quelli positivi. Questo è, secondo me, il lavoro di un lettore in una casa editrice. Se devo dirvi che il libro non ha punti di forza evito di scrivervi, anche perché cosa dovrei dirvi? ‘Il tuo libro fa schifo da ogni punto di vista?’ Ha un qualche senso?
  4. Il giudizio è sul manoscritto, non sulla persona. Se qualcuno vi dice che la vostra scaloppina al limone non è venuta bene, non vi sta dicendo che avete un carattere di merda, ma che avete cotto troppo/troppo poco la scaloppina, che c’è troppo limone o poco sale. Do per scontato che abbiate ben presente la differenza, quando vi scrivo.
  5. Non pensavo ci fosse bisogno di specificare ma i giudizi sono sempre personali e mai totalmente obbiettivi. Io dico quello che penso secondo la mia esperienza e il mio gusto. Il giudizio l’avete chiesto voi a me quindi o vi fidate oppure chiedete a qualcun altro più competente.
Io una cosa però vorrei dirvela: non manderei mai un’amica a un appuntamento vestita come un sacco di patate. E non manderei mai uno scrittore in pasto a lettori/editori con un testo che secondo me non va bene.
Questo sarebbe peggio di qualsiasi giudizio negativo.

P.S. Il maestro di aikido ieri ha commentato “Carlotta sta tirando fuori una tendenza criminale”, non obbligatemi a tirarla fuori con voi per dimostrarvi che no, non sono pucciosa e tenera.

I lettori non vi leggono nel cervello – GVPS

Quando scrivete non date per scontato che i lettori vi leggano anche nel cervello.

Ci sono cose che non hanno bisogno di essere spiegate perché o sono chiare senza bisogno di mappe concettuali o non gliene frega una mazza a nessuno.

Ma ci sono anche cose che voi avete chiare in mente (la storia è la vostra d’altronde) ma il lettore no. Quindi, tipo, raccontategliela, e non date per scontato che segua a prescindere la fantastiche evoluzioni del vostro cervellino perché, no, non lo farà. E no, non è colpa sua (di solito).

P.S. questa è Grandi Verità per scrittori: una rubrica dedicata a chi scrive da parte di una che legge tanto, forse anche troppo.

Sconti veri e presunti

Michela Murgia risponde ad un commento di un utente su FB riguardo a ciò che stanno facendo i librai sardi.

Quello che stanno facendo i librai sardi è un’azione civile di resistenza contro il lievitare esponenziale dei prezzi dei libri, che è una conseguenza diretta della politica degli sconti selvaggi.
Mi pare che ti sfugga che il libro non viene scontato perché costa tanto, ma esattamente l’inverso: costa tanto perché deve essere venduto scontato.
Chi assume lo sconto come un vantaggio conferma alle case editrici che hanno tutto da guadagnare a cercare di far pagare il prezzo del giochetto di prestigio ai piccoli librai, tanto il lettore non capisce la differenza tra uno sconto vero e un trucco pubblicitario su un prezzo dopato.

L’utente risponde che non capisce la differenza tra uno sconto vero e un trucco pubblicitario su un prezzo dopato. Penso che sia una delle robe più tristi e sconfortanti che abbia letto ultimamente. Lo sconto vero deve essere un opportunità per il lettore come per il libraio. Lo sconto dopato no. Con lo sconto dopato compri lo sconto, paghi il marketing e ottieni un libro che vale la metà di quello che l’hai pagato.

Poi, se a voi piace essere presi in giro…