Archivi categoria: Qualcosa di personale

Di gente che sbaglia e di gente che non sbaglia mai

Ci sono persone che sembrano nate ‘già imparate’.  Sono le tipiche persone che sembrano fare le cose immediatamente nel modo giusto, che ti schifano con un ‘Ma è facile’ seguito da ‘Ma non ci arrivi?’. Il settore può essere uno qualsiasi, dalla cucina alla fisica quantistica, dal modo migliore per togliere la ruggine dalle ringhiere allo scrivere sonetti.

 

Quello che non vi raccontano questi ‘nati già imparati’ è che di boiate ne hanno fatte pure loro, se capita ne hanno fatte pure tante, forse più di quelle che combinerete voi. Solo che si guardano bene dal dirvelo.

E questo perché generalmente sono persone estremamente insicure che hanno conquistato qualche sicurezza e devono farla pesare sugli altri. Raramente sono dei buoni maestri, sempre che siano interessati a insegnarti qualcosa. Raramente  imparano cose nuove, perché imparare cose nuove significa cambiare schema mentale e mettersi nell’ottica che la sicurezza appena conquistata è da considerare costantemente in pericolo.

 

Fanno moltissima scena, questo sì, e si conquistano l’attenzione degli ingenui e degli sciocchi.

 

Poi c’è un’altra razza: quelli che ti mettono a parte dei proprio successi ma anche dei proprio errori (magari loro li chiamano anche fallimenti, ma per me non lo sono). Non ti insegnano dall’alto della loro infallibilità, anzi, forse lo scopo non è nemmeno insegnarti qualcosa, ma condividere il proprio viaggio con te. Ti raccontano i loro errori perché tu possa farne altri, imparare altre cose e sbagliare a tua volta.

 

Siamo abituati a considerare come perdenti chi mostra le sue debolezze e invece io penso che ci voglia molta sicurezza nei proprio mezzi e molta voglia di mettersi in gioco.

 

Tutta questa tiritera per segnalarvi questo blog: L’Apprendista Cuocone.

Oltre al fatto che scrive in maniera piacevole, le sue vicende sono molto divertenti. E come tutti gli eroi ha i suoi ostacoli da superare, a volte sbaglia, a volte ha successo. Ed è proprio questo il trucco che ci spinge a tifare per lui.

Non si impara niente da un eroe che non si trova mai in difficoltà.   

Apprendista Cuocone

Ultima lezione di Barbara Lanati

Ho chiesto la tesi, l’ho chiesta in un ambito che mi è sempre interessato, l’americanistica. Parlerò di cose che mi interessano e mi divertono, cose che non pensavo di poter fare, quanto meno non in una tesi. Scegliere l’argomento della tesi, della tua ultima tesi, non è mica semplice. Ci devi lavorare parecchio e devi avere materiale a portata di mano, altrimenti ci metti tre anni invece che sei mesi o un anno.

E io avevo questa idea in testa, dopo aver letto Poe, che mi frullava nel cervello e chi mi dava l’opportunità di parlare di Sherlock Holmes e alcune delle mie serie preferite. Secondo me non era nemmeno troppo originale e sicuramente c’erano migliaia di tesi simili. Faccio il mio progettino e lo porto a questa professoressa di Lingua e Letteratura Anglo-Americana, uno degli ultimi corsi che ho seguito, e mi dice che sì, si può sicuramente fare, che può essere interessante.

E voi direte ‘Chissene frega?’ e ‘Cosa c’entra col titolo?’. Con calma neh, che ci arrivo.

Parto dall’inizio, dalla prima lezione del primo modulo di quest’anno. La prima volta che ho visto la Lanati, a parte una vaga idea sul programma, non sapevo che cosa aspettarmi. Sicuramente non mi sarei aspettata una professoressa che ti dice che noi eravamo lì per imparare ma anche lei era lì per imparare da noi. Questo da una che insegna da quarant’anni (sul curriculum che trovate qui c’è scritto che è diventata professore incaricato nel 1973). Ci ha detto tante altre cose interessanti, ma questa mi ha colpito particolarmente.

L’ultima lezione si è svolta mercoledì. Ci siamo trovati in Sala Lauree di Giurisprudenza invece che nella nostra solita auletta 11 per un intervento del professor Gianluca Cuozzo (che ha parlato di Sherlock Holmes. Lollonih. Sono perseguitata). Alle 15 la professoressa doveva scappare e invece sono entrati uno stormo dei ex-studenti di generazioni diverse, che hanno voluto festeggiare la sua ultima lezione in maniera degna.

La prima persona che ha preso la parola (mi spiace di non aver colto il cognome. Il nome era Valeria) si è rivolta direttamente a noi novelline nonché ultime studentesse della professoressa. ‘Voi forse non lo sapete ma avete studiato con una delle più grandi intellettuali degli ultimi trentanni’.

Ma quello che è uscito dopo dalla bocca, dai ricordi, degli ex-studenti raccontava molto di più. Era gusto della scoperta, capacità di trasmettere passione, di raccontar storie che è un po’ il motivo per cui mi sono iscritta all’università. Scoprire cose nuove, leggere libri di autori che mai più avrei pensato esistessero. Con mia grande delusione non è stato così, ma questo ultimo corso mi ha dato una spinta non indifferente verso l’ultimo traguardo .

Mi sono commossa molto quando la professoressa si è scusata con noi perché negli ultimi mesi non era stata al meglio della sua concentrazione. Irrequieta, dorme poco, dice. La tormenta l’idea di non tornare più a insegnare, aggiunge. Le mancheranno gli studenti, chiude. E io mi angoscio un po’ con lei perché benché onorata di esserci in un momento così importante non potrò più dire a nessuno ‘Segui il corso della Lanati. Io sono rimasta folgorata’.

Ecco cosa avrei voluto dirle a quel microfono mercoledì. Ma mi è mancata la voce, e non per l’influenza.

E spero di fare una buona tesi, sì.

P.S. Ho pure scattato qualche foto col cellulare scrauso. Perché non ho la macchina fotografica quando serve?

Ora tocca a noi aiutarvi

Ieri sono andata a parlare con una professoressa del cui corso mi sono innamorata per due progetti. Una era la tesi (Raga, habemus tesi).

L’altro riguardava l’idea di recuperare traduzioni di libri andate fuori diritti. Ne abbiamo parlato e la professoressa in questione si è mostrata felice di aiutarci.

La cosa che però mi è colpito sono state le sue parole.

“Io sono stata aiutata da giovane. Ora tocca a noi aiutarvi.”

Io mi chiedo perché una cosa del genere mi abbia tanto stupito. Forse perché l’atteggiamento di quella generazione è sempre stato del tipo ‘mi-sono-fatto-da-me’ dimenticandosi convenientemente che se hanno potuto fare determinate cose è anche grazie a chi gli ha dato una possibilità.

Ecco, questa ci manca, gente che riconosca di essere aiutata che abbia voglia di fare le stessa cosa con qualcun altro. E smetterla di pensare che ci si è fatti da sé.

La prima cosa che ho scritto

In un gruppo di Facebook è saltata fuori la domanda ‘Qual è la prima cosa che ricordate di aver scritto?’

Parlo della prima roba scritta non commissionata da insegnanti, maestre, zie, genitori.

Da piccola mi fu regalato un teatro di marionette. Bellissimo, gli sfondi me li ricordo ancora adesso. Sembravano tanto quelli della disney, suggestivi, dettagliati, pieni di storie anche quando erano vuoti. E le marionette erano di stoffa e legno. Re, streghe, giullari, cavalieri appesi a fili di plastica. C’era anche un sipario di raso rosa che tiravi su con dei fili nascosti dietro gli scenari di cartone.

Così la prima cosa che ho scritto è stata la sceneggiatura per uno spettacolo di marionette. Volevo che fosse perfetto, l’avrò riscritto cento volte perché avevo una pessima calligrafia. È finita poi in tragedia perché si sono arrotolati i fili, quindi ho ammazzato principessa, re e principe che erano in scena per mettere fine a quel guazzabuglio di arti piegati in maniera molto poco naturale. La strega ha vinto. Avevo otto anni. Traumi.

Essere troppo buoni o troppo cortesi – Manoscritti e dintorni

Nell’ultimo mese mi sono impegnata a smaltire un po’ di manoscritti. In genere leggo, prendo appunti, lascio sedimentare un po’ in modo da vedere cosa mi rimane di quello che ho letto. Poi contatto l’autore.

Se pensate che leggere un manoscritto per la prima volta sia poi tanto diverso che comprare un libro in libreria vi sbagliate: mentre leggo ragiono chiedendomi ‘ma se lo trovassi in libreria lo comprerei?’ Ovviamente la domanda deve, a differenza di quando scegli senza vincoli, trascendere un po’ dai gusti personali (non mi piace il rosa, mi piace il fantasy, ecc.)

Ora capita ogni tanto che conosca l’autore anche personalmente e non so per quale funesto motivo la gente è convinta che questa cosa mi spinga a essere più gentile, più politically correct per non rovinare rapporti preesistenti. [Sarà che sono troppo bionda, troppo donna, troppo miope, troppo giovane, che normalmente non sfanculo ma nessuno. Nel caso, comincerò.]

Vorrei quindi chiarire alcuni punti.

  1. Nel momento in cui mi arriva un manoscritto, dell’autore mi frega poco e niente. Ci sono io, lettrice, e lui, il manoscritto.
  2. Se spendo del tempo a leggere e a scrivere un giudizio, cosa vi fa pensare che abbia qualche interesse a indorarvi la pillola? Ho interesse che al lettore arrivi un romanzo/racconto interessante. Non che voi vi sentiate coccolati: per quello c’è la mamma.
  3. Io tendo sempre a vedere sia gli aspetti negativi che quelli positivi. Questo è, secondo me, il lavoro di un lettore in una casa editrice. Se devo dirvi che il libro non ha punti di forza evito di scrivervi, anche perché cosa dovrei dirvi? ‘Il tuo libro fa schifo da ogni punto di vista?’ Ha un qualche senso?
  4. Il giudizio è sul manoscritto, non sulla persona. Se qualcuno vi dice che la vostra scaloppina al limone non è venuta bene, non vi sta dicendo che avete un carattere di merda, ma che avete cotto troppo/troppo poco la scaloppina, che c’è troppo limone o poco sale. Do per scontato che abbiate ben presente la differenza, quando vi scrivo.
  5. Non pensavo ci fosse bisogno di specificare ma i giudizi sono sempre personali e mai totalmente obbiettivi. Io dico quello che penso secondo la mia esperienza e il mio gusto. Il giudizio l’avete chiesto voi a me quindi o vi fidate oppure chiedete a qualcun altro più competente.
Io una cosa però vorrei dirvela: non manderei mai un’amica a un appuntamento vestita come un sacco di patate. E non manderei mai uno scrittore in pasto a lettori/editori con un testo che secondo me non va bene.
Questo sarebbe peggio di qualsiasi giudizio negativo.

P.S. Il maestro di aikido ieri ha commentato “Carlotta sta tirando fuori una tendenza criminale”, non obbligatemi a tirarla fuori con voi per dimostrarvi che no, non sono pucciosa e tenera.

NY e ritorno

Siamo stati a NY meno di una settimana, eppure al ritorno, quando siamo scesi dall’aereo ci siamo detti che sembravano passati tre mesi. Ma come diceva qualcuno il tempo non scorre sempre alla stessa velocità, soprattutto in amore. E questo un po’ lo è stato. New York è una città folgorante.

Questo viaggio è stato reso possibile da un progetto della Regione Piemonte. Lo scopo era portare un gruppo di aziende in America per farsi conoscere e conoscere gente che lavora nello stesso campo.

Dopo undici ore di volo (Torino-Francoforte, Francoforte-New York) siamo arrivati all’hotel, il Central Park (stupendo) nel cuore di Manhattan, vicino all’omonimo parco e a Broadway. Stanchissimi ma carichi di adrenalina sbattiamo i bagagli in albergo e scendiamo. Andiamo a Times Square che è vicinissima. La prima cosa che si fa a Manhattan è guardare in alto più che si può perché New York è una città che si sviluppa per lungo e per noi che siamo abituati a edifici relativamente bassi è una sensazione soffocante ed esaltante. Quei grattacieli che fanno a gara tra loro sembrano voler dirti ‘Puoi arrivare ovunque e puoi fare qualsiasi cosa’.
Le luci, i cartelloni, la gente, la grande scalinata rossa, tutto sembra lì apposta a chiamare una fotografia. Andrea preso da un’insana mania scatticida immortala esseri viventi e non, poco importa che venga sfuocate. L’importante e riempirsi gli occhi e fermare le immagini da qualche parte.

Dopo un po’ scappiamo verso l’albergo: quindici ore senza dormire e Times Square rischiano di ucciderci prima di poter fare altro. E sarebbe un peccato.

Aspettando New York

Tra una settimana parto per New York. Andiamo a vedere come lavorano gli editori americani e visitare la città.

Sono settimane che raccogliamo informazioni e più si va avanti più siamo emozionati all’idea di visitare questa città culturalmente vivissima. Avremo poco tempo e cercheremo di sfruttarlo al meglio.

Come si vive in una città che contiene tutto il mondo? Come si vive nella città in cui sono immigrati tanti sognatori e disperati? Non credo che mi basterebbe tutta la vita per scoprirlo. Per ora mi limito a preparare visto e passaporto e mi armo di una guida più leggera che dettagliata.

Se va bene, torneremo con qualcosa di importante per Las Vegas e quindi anche per noi. Alla peggio avrò visto una delle città più belle del mondo. Non male eh?

I miei cialtroni

Se c’è una cosa di cui mi stupisco sempre molto è la cialtroneria che regna sovrana in praticamente qualsiasi ambito. Quello dell’editoria/scrittura penso che si posizioni più o meno tra i primi posti della classifica.

Il Salone del libro di Torino PULLULA di gente così. In genere li vedi girare in giacca e cravatta, con l’orologino firmato e molto probabilmente i calzini bucati dentro le scarpe firmate [tanto i calzini mica si vedono].

Ma all’interno di uno stesso ambiente le cose prima o poi saltano fuori. Hai detto che un tuo autore ha venduto migliaia di milioni di copie e non è il 90% dei libri/distributori/lettori non sa chi tu sia? Fingi di avere settantotto dipendenti che lavorano con te molto ben stipendiati e poi questi questi ti mandano il curriculum per sapere se avete bisogno di qualcuno che vi porti il caffè? Millanti conoscenze ai piani alti di tutti i quotidiani e le uniche recensioni reperibili su internet sono quelle su ‘L’eco del piccione’?

O sei molto stupido o … no niente sei molto stupido, altra opzione non c’è. Posso anche comprendere il motivo per cui vuoi cercare di spacciartela con lettori e autori [capirlo, non condividerlo]. Magari è una strategia commerciale vincente. Non capisco perché tu voglia farlo con un tuo collega, che bene o male sa quali sono le difficoltà e le condizioni in cui lavori e se non lo sa, può benissimo scoprirlo.

Un consiglio: diffidate di chi parla troppo. O vuole vendervi qualcosa o vuole fare il figo. Il peggio è quando si verificano entrambe le condizioni. Sotto non ci troverete assolutamente nulla e avrete sprecato tempo e soldi. Ma soprattutto il suddetto cialtrone vi prenderà per idioti.

I miei colleghi e amici

Quelli che vedi tre volte l’anno.

Quelli che il primo giorno è come tornare a scuola dopo le vacanze.

Quelli che ‘Ecco le nostre novità’ di quest’anno tutti orgogliosi.

Quelli che dopo 12 ore dubitano di riuscire ad arrivare alla fine.

Quelli che ‘Quest’anno c’è sicuramente meno gente’.

Quelli che ‘Però quest’anno abbiamo venduto di più/di meno’.

Quelli che ‘Ecco questo ci molla di sicuro un manoscritto’.

Quelli che alla fine vorrebbero tornare anche il giorno dopo.

I miei lettori

Ci sono lettori che tornano.
Lettori che passano ogni anno a curiosare tra le novità.
Lettori che vengono a fare quattro chiacchiere, e chiederci semplicemente come sta andando.
Lettori che tornano a cercare i libri dei loro scrittori preferiti.
Lettori che vengono per la prima volta a conoscerci ma che avevano già sentito parlare di noi.
Lettori che si fermano a guardare i nostri libri per la prima volta.
Lettori attentissimi che si sono accorti che qualcosa è cambiato.
Lettori che sono diventati amici.