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Dal diario di Sir Arthur Conan Doyle: ossia come nacquero Sherlock Holmes e il Dr. Watson

Sherlock Holmes

“Gaboriau mi aveva attratto con la limpida stesura delle sue trame, e il magistrale detective di Poe, Monsieur Dupin era stato sin dall’adolescenza uno dei miei eroi prediletti. Non avrei potuto creare un personaggio interamente mio? Ripensai al mio vecchio maestro Joseph Bell, al suo viso aquilino, ai suoi modi strani, ai suoi sconcertanti espedienti nello scoprire particolari, e mi convinsi che se egli fosse stato detective avrebbe certo dato forma di scienza esatta alle sue interessanti, ma disordinate attitudini. E se avessi provato io a raggiungere questo effetto? Nella vita un tipo simile era certo possibile, perché quindi non cercar di farne il protagonista di un racconto verosimile? Va bene dire che un uomo è abile: ma il lettore vuole esempi, esempi sul genere di quelli che Bell ci dava giornalmente nelle corsie.
L’idea mi piacque. Che nome dare al mio personaggio? Ho ancora dei fogli di taccuino con sopra segnati molti dei nomi che mi vennero in mente. Naturalmente mi ribellavo all’idea di un nome che avesse in sé qualche allusione al carattere del personaggio. Cosi ebbe dapprima origine il nome di Sherringford Holmes, che poi divenne Sherlock Holmes. Siccome non poteva raccontare egli stesso le sue avventure, era necessario inventare un personaggio che gli fosse compagno abituale, un uomo d’azione colto, ad esempio, il quale partecipasse ai fatti per poi narrarli. Ci voleva un nome corrente, senza ostentazione, Watson andava benissimo. Ebbi così i miei burattini e scrissi lo Studio in rosso.”

da Ucciderò Sherlock Holmes. Memorie letterarie e avventure del creatore del più celebre detective della storia di Arthur Conan Doyle.

Il ‘popolo della rete’ ritiene gli editori fastidiosi (ma non li conosce)

Domenica c’è stata a Bookcity questa cosa qui.

Digital Seminar IoScrittore
Si sono dette tante cose interessanti: si è parlato di ebook e di come si sta muovendo il mercato digitale (ma anche quello cartaceo). Si parlato di comunicazione e nuovi media. Si è parlato di come interagire con il lettore tramite il web e i suoi strumenti. Una cosa però molto interessante sia per il lettore che per l’editore è stato l’intervento di Alessandro Magno che si è divertito a sfatare qualche opinione/bufala/mito sull’editoria e sui libri.
Uno di questi diceva più o meno che la gente ha una pessima opinione degli editori perché ritenuti degli intermediari inutili. Però il relatore sottolineava anche che la maggior parte dei detrattori, ma anche quelli che non detraggono, non ha un’idea chiara di cosa fa l’editore. E allora mi dico che bisognerebbe fare un po’ di educazione in questo senso. Portano i bambini nelle fattorie e alla centrale del latte per far capire loro non solo il procedimento con cui nasce un prodotto ma anche il valore di un prodotto genuino. Questo dovrebbe aiutarli a mettersi nell’ottica di imparare, da grandi, non solo a scegliere ma anche a informarsi su come viene prodotto un determinato alimento. Ci sono trasmissioni, siti, articoloni, saggi che spiegano come individuare l’alimento migliore, come è stato prodotto, dove è stato prodotto, perché quello cambia tutto.

Non si potrebbe fare le stessa cosa con i libri?

Attenzione, non sto dicendo che bisogna dire alla gente cosa comprare, come comprare, o quanto spendere. C’è chi avendo tutta una serie di informazioni magari riprenderebbe lo stesso libro, e va benissimo così (sì, anche fosse Volo), così come è legittimo andare dal porchettaro e ingozzarsi con salsiccia e crauti cucinati in mezzo alla strada. Però con un po’ più d’informazioni magari sarebbero in grado di capire meglio cos’hanno tra le mani.

Alla fine l’editore non è molto diverso dal produttore di vino e o di miele. Credo che soprattutto per quelli piccoli e indipendenti (per quelli grandi non parlo, perché non ho esperienza in merito) l’identità sia fondamentale, ma spesso è complicato far capire alla gente che valore ha quel marchio che tu hai voluto mettere su quel testo. Questa senza togliere che il testo può essere brutto, essere poco curato, o poco nelle corde di chi lo sta leggendo in quel momento.

Non voglio difendere il ruolo dell’editore. Tanto se deve sparire a causa del selfpublishing o del web non sarà questo post a fermare il tracollo. Però prima di dire che una cosa non serve forse sarebbe utile sapere che cosa fa.

Per dire, c’è gente che va in libreria a chiedere se possono stampargli un libro o alle fiere viene da noi a chiedere se abbiamo il libro delle Parodi.

In definitiva, non credo che il ‘come viene un prodotto un libro’ debba essere solo interessante per chi nell’editoria ci lavora e di chi ci vorrebbe lavorare. Spesso i libri che spiegano il lavoro editoriale sono rivolti agli addetti ai lavori, magari potrebbe essere interessante proporre un testo che possa orientare il lettore a partire dal lavoro editoriale. (Magari esiste già e sono io che c’ho l’ignoranza dentro).

Moccia e Volo sono gli alibi preferiti degli scrittori esordienti

Mi ero ripromessa di non scrivere più post piccati, poi la mamma mi dice che sono sempre incazzata, però evidentemente mia mamma non frequenta gli scrittori esordienti altrimenti mi capirebbe. Eccome mi capirebbe. Rifilerebbe loro la sua minestra più schifosa solo per godersi la loro sofferenza.

Il problema è il seguente:

Gli scrittori esordienti incolperebbero pure il Papa per il fatto che non vengono considerati di striscio dagli editori. Lasciando stare il povero Papa che ne avrà già abbastanza con la telecom che gli offre il contratto business alle cinque del mattino, le scuse di solito sono queste.

[Edit del 20/09/2013: mi fanno giustamente notare che ‘Gli scrittori esordienti’ oltre che troppo generico è anche impreciso. Avrei dovuto scrivere ‘Alcuni scrittori esordienti o aspiranti tali/alcuni di quelli che mandano i manoscritti/alcuni di quelli che vorrebbero pubblicare’. Ovviamente gli aspiranti esordienti ed esordienti non sono tutti così. Noi oltre ad averne conosciuti tanti, ne abbiamo anche pubblicato qualcuno. Questo perché come al solito non si senta toccato chi si sta sforzando di capirci qualcosa in questo delirio che è il mondo editoriale.]

  1. “L’editoria è un mondo chiuso.” L’editoria è un mondo chiuso tanto quanto quello dei produttori di tende da campeggio. Se non sai niente di tende da campeggio puoi permetterti di andare lì a sentenziare? A lamentarti di dinamiche che nemmeno conosci? E che evidentemente non vuoi conoscere?
  2. “Sono tutti raccomandati. Se non hai santi in paradiso…” A parte che potrei farti millemila esempi di gente pubblicata da editori validi senza nessun santo da nessuna parte. Ti do una motivazione più logica: perché un editore che si trova tra le mani un buon libro non dovrebbe pubblicarlo? Perché non è commerciale? E lo pensano tutti e 2000 gli editori presenti sul territorio italiano?
  3. “Pubblicano solo romanzi di merda.” No, TU leggi romanzi di merda. E TU non sai sceglierti i romanzi giusti. Vengono pubblicati 60000 libri l’anno, incluse le ristampe. Mettiamo che i romanzi nuovi siano solo 5000 (è un numero a caso eh, non prendetemi sul serio.) Aggiungici anche quelli degli anni precedenti che non hai letto. Capisci bene che se pensi che in giro ci sono solo romanzi di merda sei TU il problema. Non gli editori. Che pubblicheranno anche cagate, ma basta non comprarle.
  4. “Ma pubblicano Moccia e Volo e me no.” A ) sarei curiosa di sapere se li hai mai aperti sti libri per averne tutto sto disprezzo, ma scommetto che dici che fanno schifo per sentito dire. B) Se hanno fatto successo c’è un motivo. Magari non letterario, ma c’è un motivo.  Se tu capissi il motivo non saresti qui a triturarci le palle con i tuoi uggiolii. E scommetto anche che si ti dicessero che il romanzo che hai scritto fa tecnicamente schifo ma è tanto commerciale da foderarti le palle d’oro getteresti al vento le tue convinzioni letterarie. Venderesti pure tua madre, pur di avere il loro successo.
  5. “Gli editori non leggono neanche i manoscritti.” E gli scrittori non si sprecano neanche a controllare cosa pubblicano gli editori a cui mandano. Te lo meriteresti, davvero, che non ti leggesse nessuno. E invece ci sono parecchi editori che fanno il loro lavoro e si ritrovano a cestinare romanzi fantasy quando pubblicano solo noir. Non è che gli editori ti chiudono le porte, è che ti ostini a voler passare attraverso i muri.
  6. “La gente è stupida: legge solo porcate.” Ricordati bene una cosa, se e quando capiterà a te di pubblicare: la gente che oggi insulti domani potrebbe diventare un tuo lettore. Significa che diventa intelligente solo perché legge te? O che ci sia un gruppo di eletti che aspetta di veder pubblicato il tuo libro? Ma veramente? Ricorda che il lettore, qualsiasi cosa legga, merita il tuo rispetto. Sempre.
  7. “L’editoria è in crisi perché non ha saputo rinnovarsi/non punta sugli esordienti.” No, cocco di mamma, l’editoria è in crisi perché A) la gente non legge B) la gente di cultura come te gli esordienti non li compra e quando provi a proporre qualcosa di nuovo ti guarda di traverso. Vorrei tanto saperlo qual è l’ultimo esordiente che hai letto, magari pubblicato da una piccola casa editrice. O quand’è l’ultima volta che hai partecipato a un evento culturale, se non per smollare il tuo manoscritto all’editore/autore di turno. Tu stesso non sei il pubblico che ti serve per pubblicare. Quindi tu noialtri, che minghia vuoi?

In conclusione caro scrittore esordiente, piantala di bucare il pallone ogni volta che non ti fanno giocare. Perché qui le palle piovono dal cielo e tu non sei esattamente insostituibile.  Impara le regole e ringrazia che il mondo dell’editoria per gli autori non è nemmeno dei più chiusi. Ci sono manuali, corsi, interviste di scrittori che possono insegnarti qualcosa, concorsi di ogni sorta. Ma finché passi il tempo a dare la colpa a Cthulhu dei tuoi fallimenti non ci arriverai mai a pubblicare.

Essere troppo buoni o troppo cortesi – Manoscritti e dintorni

Nell’ultimo mese mi sono impegnata a smaltire un po’ di manoscritti. In genere leggo, prendo appunti, lascio sedimentare un po’ in modo da vedere cosa mi rimane di quello che ho letto. Poi contatto l’autore.

Se pensate che leggere un manoscritto per la prima volta sia poi tanto diverso che comprare un libro in libreria vi sbagliate: mentre leggo ragiono chiedendomi ‘ma se lo trovassi in libreria lo comprerei?’ Ovviamente la domanda deve, a differenza di quando scegli senza vincoli, trascendere un po’ dai gusti personali (non mi piace il rosa, mi piace il fantasy, ecc.)

Ora capita ogni tanto che conosca l’autore anche personalmente e non so per quale funesto motivo la gente è convinta che questa cosa mi spinga a essere più gentile, più politically correct per non rovinare rapporti preesistenti. [Sarà che sono troppo bionda, troppo donna, troppo miope, troppo giovane, che normalmente non sfanculo ma nessuno. Nel caso, comincerò.]

Vorrei quindi chiarire alcuni punti.

  1. Nel momento in cui mi arriva un manoscritto, dell’autore mi frega poco e niente. Ci sono io, lettrice, e lui, il manoscritto.
  2. Se spendo del tempo a leggere e a scrivere un giudizio, cosa vi fa pensare che abbia qualche interesse a indorarvi la pillola? Ho interesse che al lettore arrivi un romanzo/racconto interessante. Non che voi vi sentiate coccolati: per quello c’è la mamma.
  3. Io tendo sempre a vedere sia gli aspetti negativi che quelli positivi. Questo è, secondo me, il lavoro di un lettore in una casa editrice. Se devo dirvi che il libro non ha punti di forza evito di scrivervi, anche perché cosa dovrei dirvi? ‘Il tuo libro fa schifo da ogni punto di vista?’ Ha un qualche senso?
  4. Il giudizio è sul manoscritto, non sulla persona. Se qualcuno vi dice che la vostra scaloppina al limone non è venuta bene, non vi sta dicendo che avete un carattere di merda, ma che avete cotto troppo/troppo poco la scaloppina, che c’è troppo limone o poco sale. Do per scontato che abbiate ben presente la differenza, quando vi scrivo.
  5. Non pensavo ci fosse bisogno di specificare ma i giudizi sono sempre personali e mai totalmente obbiettivi. Io dico quello che penso secondo la mia esperienza e il mio gusto. Il giudizio l’avete chiesto voi a me quindi o vi fidate oppure chiedete a qualcun altro più competente.
Io una cosa però vorrei dirvela: non manderei mai un’amica a un appuntamento vestita come un sacco di patate. E non manderei mai uno scrittore in pasto a lettori/editori con un testo che secondo me non va bene.
Questo sarebbe peggio di qualsiasi giudizio negativo.

P.S. Il maestro di aikido ieri ha commentato “Carlotta sta tirando fuori una tendenza criminale”, non obbligatemi a tirarla fuori con voi per dimostrarvi che no, non sono pucciosa e tenera.

Sconti veri e presunti

Michela Murgia risponde ad un commento di un utente su FB riguardo a ciò che stanno facendo i librai sardi.

Quello che stanno facendo i librai sardi è un’azione civile di resistenza contro il lievitare esponenziale dei prezzi dei libri, che è una conseguenza diretta della politica degli sconti selvaggi.
Mi pare che ti sfugga che il libro non viene scontato perché costa tanto, ma esattamente l’inverso: costa tanto perché deve essere venduto scontato.
Chi assume lo sconto come un vantaggio conferma alle case editrici che hanno tutto da guadagnare a cercare di far pagare il prezzo del giochetto di prestigio ai piccoli librai, tanto il lettore non capisce la differenza tra uno sconto vero e un trucco pubblicitario su un prezzo dopato.

L’utente risponde che non capisce la differenza tra uno sconto vero e un trucco pubblicitario su un prezzo dopato. Penso che sia una delle robe più tristi e sconfortanti che abbia letto ultimamente. Lo sconto vero deve essere un opportunità per il lettore come per il libraio. Lo sconto dopato no. Con lo sconto dopato compri lo sconto, paghi il marketing e ottieni un libro che vale la metà di quello che l’hai pagato.

Poi, se a voi piace essere presi in giro…

I miei cialtroni

Se c’è una cosa di cui mi stupisco sempre molto è la cialtroneria che regna sovrana in praticamente qualsiasi ambito. Quello dell’editoria/scrittura penso che si posizioni più o meno tra i primi posti della classifica.

Il Salone del libro di Torino PULLULA di gente così. In genere li vedi girare in giacca e cravatta, con l’orologino firmato e molto probabilmente i calzini bucati dentro le scarpe firmate [tanto i calzini mica si vedono].

Ma all’interno di uno stesso ambiente le cose prima o poi saltano fuori. Hai detto che un tuo autore ha venduto migliaia di milioni di copie e non è il 90% dei libri/distributori/lettori non sa chi tu sia? Fingi di avere settantotto dipendenti che lavorano con te molto ben stipendiati e poi questi questi ti mandano il curriculum per sapere se avete bisogno di qualcuno che vi porti il caffè? Millanti conoscenze ai piani alti di tutti i quotidiani e le uniche recensioni reperibili su internet sono quelle su ‘L’eco del piccione’?

O sei molto stupido o … no niente sei molto stupido, altra opzione non c’è. Posso anche comprendere il motivo per cui vuoi cercare di spacciartela con lettori e autori [capirlo, non condividerlo]. Magari è una strategia commerciale vincente. Non capisco perché tu voglia farlo con un tuo collega, che bene o male sa quali sono le difficoltà e le condizioni in cui lavori e se non lo sa, può benissimo scoprirlo.

Un consiglio: diffidate di chi parla troppo. O vuole vendervi qualcosa o vuole fare il figo. Il peggio è quando si verificano entrambe le condizioni. Sotto non ci troverete assolutamente nulla e avrete sprecato tempo e soldi. Ma soprattutto il suddetto cialtrone vi prenderà per idioti.

I miei colleghi e amici

Quelli che vedi tre volte l’anno.

Quelli che il primo giorno è come tornare a scuola dopo le vacanze.

Quelli che ‘Ecco le nostre novità’ di quest’anno tutti orgogliosi.

Quelli che dopo 12 ore dubitano di riuscire ad arrivare alla fine.

Quelli che ‘Quest’anno c’è sicuramente meno gente’.

Quelli che ‘Però quest’anno abbiamo venduto di più/di meno’.

Quelli che ‘Ecco questo ci molla di sicuro un manoscritto’.

Quelli che alla fine vorrebbero tornare anche il giorno dopo.

I miei lettori

Ci sono lettori che tornano.
Lettori che passano ogni anno a curiosare tra le novità.
Lettori che vengono a fare quattro chiacchiere, e chiederci semplicemente come sta andando.
Lettori che tornano a cercare i libri dei loro scrittori preferiti.
Lettori che vengono per la prima volta a conoscerci ma che avevano già sentito parlare di noi.
Lettori che si fermano a guardare i nostri libri per la prima volta.
Lettori attentissimi che si sono accorti che qualcosa è cambiato.
Lettori che sono diventati amici.

Le potenzialità di un manoscritto

Sono ormai quasi tre anni che collaboro con la Las Vegas e l’arrivo del Salone del Libro scandisce sempre momenti importanti. L’anno scorso a quest’ora erano usciti solo un paio di libri e per il resto dell’anno non ne sono usciti altri, mentre quest’anno ne sono usciti già quattro, ognuno di loro speciale a modo suo. Quello di cui mi sono resa conto è che non ho ancora l’esperienza necessaria per ‘vedere’ davvero il potenziale di un manoscritto. In formato di manoscritto sembra sempre più ‘difettoso’ di quando lo vedo poi stampato, impaginato, corretto. Non è solo un questione del lavoro che viene fatto sul testo perché la potenzialità c’è a prescindere dal lavoro. Il resto sono solo rifiniture (necessarie per carità ma non sufficienti).

Mi rendo conto in fretta se una libro non è pubblicabile ma ancora non mi rendo conto di quanto è ‘potente’ (sì lo so, fa tanto commentoallibrodiArcuricheinveritànonhaletto, ma non so che altra parola usare), di quanto possa colpire un libro che verrà pubblicato. Finché non ce l’ho in mano fresco di tipografia.
Chissà se è una sensibilità innata o sia abilità che  va sviluppata con il tempo e l’esercizio.

P.S. comunque io vi aspetto.