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Stroncature: per me è no

Volevo scrivere un post al vetriolo stamattina su quelli che cercano di sfruttarmi come corsia preferenziale per la pubblicazione ricorrendo a stupide moine, mossa molto molto sbagliata visto e considerato che sono piemontese. [Piemontese + moine = ti cavo gli occhi col cucchiaino se mi guardi anche solo per errore. ]

E invece ho deciso che voglio essere simpa e costruttiva e parlare di stroncature.

Non mi piacciono le stroncature. Le trovo francamente inutili. Ma prima di spiegarvi perché partire dalla definizione di stroncatura, che deriva da stroncare.

stroncare
[stron-cà-re]

Troncare, spezzare con violenza; schiantareil vento ha stroncato molti alberi
‖ fig. Interrompere bruscamentela leucemia stronca troppe vite
3 fig. Criticare ferocemente, aspramente, spec. opere artistiche e letterarie, interpretazioni teatrali e sim.: hanno stroncato il suo primo romanzola critica ha stroncato il giovane attore.

Paradossalmente lascio perdere la definizione 3 e prendo in considerazione la prima: a me l’idea di troncare, spezzare con violenza, di essere paragonata a una malattia (sì, vabbè, è figurato ma intanto…) non piace per niente e quando faccio una recensione ho due intenti:

  1. Consigliare quel libro mettendone in luce pregi e difetti;
  2. Spiegare all’autore interessato perché il suo libro mi è piaciuto/non mi è piaciuto;

Capita spesso che un libro mi piaccia per idea o stile o personaggi o trama, a volte per tutti e quattro i motivi e altri ancora. A volte un libro non mi piace ma c’è qualcosa di salvare o che mi ha colpito. Trovo che siano questi i casi in cui abbia senso fare un recensione perché o ritengo che il libro vada assolutamente letto nonostante i difetti o perché c’è contrasto.

Non trovo utile a nessuno dire che un libro fa schifo e basta. E’ come dipingere una tela completamente di bianco o completamente di nero. Aggiunge qualcosa a chi legge? Serve a qualcuno o a qualcosa? Se stai dando la tinta in casa sì, ma per quello ci sono gli imbianchini.

E poi c’è fattore rosicamento. Per fare una buona stroncatura bisogna avere un ottimo controllo della scrittura e del proprio pensiero, ma soprattutto non deve trasparire astio, cosa che spesso accade. Così spesso quando leggo una stroncatura mi immagino il ‘critico’ chino sulla tastiera, a battere i tasti pieno di livore contro quello stronzo che ha pubblicato e lui no.
Lo so che è un pregiudizio idiota, magari il lettore in questione si è semplicemente incazzato per l’acquisto sbagliato e il tempo perso. Anzi, probabilmente è così.

Da lettrice, visto che il mio tempo è poco in proporzione ai libri che vengono pubblicati, voglio trovare motivi per leggere qualcosa, non per escluderlo.

Da autrice, una recensione deve aiutarmi a capire come viene percepito il mio libro, dove secondo il lettore posso migliorare e dove puntare. Poi sta a me decidere su quali critiche vale la pena di lavorare e quali no.

Questi sono i motivi per cui se leggo un libro a cui trovo solo difetti e nulla di interessante evito di commentare. Le stelline di Goodreads basteranno e basterà a me sapere perché quel libro non mi è piaciuto.

Voglio spendere le mie energie per spingere i libri che mi piacciono e che meritano, non per bruciare uno che o cadrà nel dimenticatoio senza il mio aiuto o ha così tanto successo che il mio giudizio varrà un due di picche. 

P.S. Poi vabbè, io ho sta convinzione turca che le stroncature facciano vendere più delle recensioni positive. Ma io ho un sacco di convinzioni sbagliate, quindi fate finta di niente e annuite come si fa con i matti.

Libertà di scrivere, ma non di leggere (e criticare)

Gli scontri con gli scrittori o aspiranti tali sono sempre utili. Ad esempio ti possono capitare conversazioni come queste, esempio di coerenza e intelligenza.

“Questo racconto/commento/post è scritto male/non mi piace/non funziona/ecc.”

“Io ho diritto di scrivere quello che voglio e come voglio. C’è il diritto di parola/di opinione/di espressione in questo paese.”

“Ottimo, quindi sono libero anche di esprimere la mia opinione: questo racconto/commento/post è scritto male/non mi piace/non funziona/ecc.”

“Non puoi dire agli altri cosa devono o non devono fare. Se non ti piace, non leggere.”

Il candidato trovi l’errore.

Di folgorazioni e del divieto assoluto di raccontarle in giro

Ci sono quelle volte in cui vieni colpito da un’immagine, una frase, una situazione che nel giro di un microsecondo generano una storia. A volte invece le storie si autogenerano apparentemente dal nulla. E succede nei momenti più improbabili e scomodi.

Ad esempio l’ultima volta che mi è capitato era il 19 maggio 2013, in piena notte. Come faccio a ricordarmi la data? Naturalmente era durante il Salone del libro di Torino, dopo una delle giornate più stancanti in assoluto, il sabato. E quindi avresti un disperato bisogno di sonno e di azzittire il brusio che ormai farà da fondo costante ai giorni che verranno. Ma sei talmente stanco che non dormi, vegeti sulla superficie del sonno sempre sul punto di saltare su e urlare “ODDIO è TARDIHHHHHHHHHHH”. Tardi non si sa bene per cosa, ma questo non è rilevante.

E insomma durante la notte tra il 18 e il 19 ti viene quest’idea folgorante per un libro e magari, se capita, a te che non te ne frega niente di vincere il Nobel (volpe, uva, sì quello) sembra  pure una roba con del potenziale commerciale. Insomma c’è la possibilità che qualcuno ti caghi.

Ti rigiri un po’ nel letto con questa idea che ti frizza, anzi che ti esplode nel cervello come la Mentos nella Coca-Cola. E a un certo punto con tutto il bene che ti vuole l’Andrea di turno si gira e ti chiede ‘Stai bene?’ che tradotto significa ‘La molli di rompere i cojoni o vuoi dormire sul balcone?’. E tu dici ‘No, niente’. E se hai fortuna il tuo Andrea tornerà a dormire. Invece il mio appartiene a quella razza di Andrei, quanto mai rara e preziosa, che continua a chiedere. Finché non gli dici: ‘Ma niente, mi è venuta l’idea per una storia. Ma no, lascia perdere, scusa se ti ho svegliato.’ Si dà il caso che questa particolare specie di Andrei scriva anche e sia appassionata lettrice e quindi vuole capire se l’hai svegliato a minchia oppure hai avuto l’idea del millennio e presto saremo tutti ricchi.

In quel momento fai un errore. Anzi, fai l’Errore con la E maiuscola e anche un po’ incisa con font tombale.

Gli racconti l’idea.

Nella tua testa tutto aveva senso: protagonisti, trama, personaggi secondari, ambientazione, sinossi, copertina e fascetta, cast per il film, perfino un’edizione di Cluedo. E invece, mentre racconti, per qualche motivo l’idea si affloscia come un soufflé che ha preso una botta d’aria fredda. Impazzisce come la maionese che tua mamma sa riprendere pure se l’olio se n’è tornato nella bottiglia per conto suo, e tu no.

Fa l’effetto di uno starnuto mancato perché qualcuno ti ha tappato il naso. Non vedevi l’ora di tirarlo fuori sperando in una certa gratificazione e invece niente. Ti muore lì, davanti agli occhi. O dentro il naso, dipende.

E allora il tuo Andrea decide che per questa notte non ti caccia sul balcone. Tanto la tua punizione ce l’hai già avuta e la tua immaginazione è stata mortificata a contatto con la realtà. (Ma morisse ‘sta realtà.)

Morale della favola: mai raccontare un’idea. Lasciatela decantare. E se ve la dimenticate c’è un motivo: faceva schifo.

La prima cosa che ho scritto

In un gruppo di Facebook è saltata fuori la domanda ‘Qual è la prima cosa che ricordate di aver scritto?’

Parlo della prima roba scritta non commissionata da insegnanti, maestre, zie, genitori.

Da piccola mi fu regalato un teatro di marionette. Bellissimo, gli sfondi me li ricordo ancora adesso. Sembravano tanto quelli della disney, suggestivi, dettagliati, pieni di storie anche quando erano vuoti. E le marionette erano di stoffa e legno. Re, streghe, giullari, cavalieri appesi a fili di plastica. C’era anche un sipario di raso rosa che tiravi su con dei fili nascosti dietro gli scenari di cartone.

Così la prima cosa che ho scritto è stata la sceneggiatura per uno spettacolo di marionette. Volevo che fosse perfetto, l’avrò riscritto cento volte perché avevo una pessima calligrafia. È finita poi in tragedia perché si sono arrotolati i fili, quindi ho ammazzato principessa, re e principe che erano in scena per mettere fine a quel guazzabuglio di arti piegati in maniera molto poco naturale. La strega ha vinto. Avevo otto anni. Traumi.

I lettori non vi leggono nel cervello – GVPS

Quando scrivete non date per scontato che i lettori vi leggano anche nel cervello.

Ci sono cose che non hanno bisogno di essere spiegate perché o sono chiare senza bisogno di mappe concettuali o non gliene frega una mazza a nessuno.

Ma ci sono anche cose che voi avete chiare in mente (la storia è la vostra d’altronde) ma il lettore no. Quindi, tipo, raccontategliela, e non date per scontato che segua a prescindere la fantastiche evoluzioni del vostro cervellino perché, no, non lo farà. E no, non è colpa sua (di solito).

P.S. questa è Grandi Verità per scrittori: una rubrica dedicata a chi scrive da parte di una che legge tanto, forse anche troppo.

Inizio

Eccoci qui un altra volta.
Anno nuovo, blog nuovo.

Non è la prima volta che mi ritrovo a cercar le giuste parole per dare un degno inizio al mio blog.
Prima mi ero creata due spazi: uno per i miei pensieri personali, l’altro per le mie creazioni.
Ora ho deciso di fondere le due cose, anche se principalmente ne approfitterò per pubblicare i miei racconti.
Ho iniziato a scrivere prestissimo, spinta sia dalla voglia di esprimermi che dagli incoraggiamenti della mia famiglia e degli insegnanti.
Ricordo che mia mamma un pomeriggio prese un quaderno nuovo, di quelli grossi, a righe, che usano i bambini delle elementari. Lo foderò e mi disse che per diventare una brava scrittrice avrei dovuto cominciare subito.
Ci mettemmo a scrivere insieme.
Mi ricordo che uno dei racconti parlava di una principessa e di una chiave magica. Mia madre ritagliò un pezzo di stoffa a forma di chiave e lo attaccò a fine pagina, come chiusura del racconto.
Ricordo la sensazione del raso sotto le dita tutte le volte che le passavo sulla pagina.
Non scrissi molti racconti su quel quaderno, ma poco importa: quel processo che si mise in moto quel giorno non si è più fermato.
Non importa se non diventerò una scrittrice, spero solo che ci sia qualcuno che legga.