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Di folgorazioni e del divieto assoluto di raccontarle in giro

Ci sono quelle volte in cui vieni colpito da un’immagine, una frase, una situazione che nel giro di un microsecondo generano una storia. A volte invece le storie si autogenerano apparentemente dal nulla. E succede nei momenti più improbabili e scomodi.

Ad esempio l’ultima volta che mi è capitato era il 19 maggio 2013, in piena notte. Come faccio a ricordarmi la data? Naturalmente era durante il Salone del libro di Torino, dopo una delle giornate più stancanti in assoluto, il sabato. E quindi avresti un disperato bisogno di sonno e di azzittire il brusio che ormai farà da fondo costante ai giorni che verranno. Ma sei talmente stanco che non dormi, vegeti sulla superficie del sonno sempre sul punto di saltare su e urlare “ODDIO è TARDIHHHHHHHHHHH”. Tardi non si sa bene per cosa, ma questo non è rilevante.

E insomma durante la notte tra il 18 e il 19 ti viene quest’idea folgorante per un libro e magari, se capita, a te che non te ne frega niente di vincere il Nobel (volpe, uva, sì quello) sembra  pure una roba con del potenziale commerciale. Insomma c’è la possibilità che qualcuno ti caghi.

Ti rigiri un po’ nel letto con questa idea che ti frizza, anzi che ti esplode nel cervello come la Mentos nella Coca-Cola. E a un certo punto con tutto il bene che ti vuole l’Andrea di turno si gira e ti chiede ‘Stai bene?’ che tradotto significa ‘La molli di rompere i cojoni o vuoi dormire sul balcone?’. E tu dici ‘No, niente’. E se hai fortuna il tuo Andrea tornerà a dormire. Invece il mio appartiene a quella razza di Andrei, quanto mai rara e preziosa, che continua a chiedere. Finché non gli dici: ‘Ma niente, mi è venuta l’idea per una storia. Ma no, lascia perdere, scusa se ti ho svegliato.’ Si dà il caso che questa particolare specie di Andrei scriva anche e sia appassionata lettrice e quindi vuole capire se l’hai svegliato a minchia oppure hai avuto l’idea del millennio e presto saremo tutti ricchi.

In quel momento fai un errore. Anzi, fai l’Errore con la E maiuscola e anche un po’ incisa con font tombale.

Gli racconti l’idea.

Nella tua testa tutto aveva senso: protagonisti, trama, personaggi secondari, ambientazione, sinossi, copertina e fascetta, cast per il film, perfino un’edizione di Cluedo. E invece, mentre racconti, per qualche motivo l’idea si affloscia come un soufflé che ha preso una botta d’aria fredda. Impazzisce come la maionese che tua mamma sa riprendere pure se l’olio se n’è tornato nella bottiglia per conto suo, e tu no.

Fa l’effetto di uno starnuto mancato perché qualcuno ti ha tappato il naso. Non vedevi l’ora di tirarlo fuori sperando in una certa gratificazione e invece niente. Ti muore lì, davanti agli occhi. O dentro il naso, dipende.

E allora il tuo Andrea decide che per questa notte non ti caccia sul balcone. Tanto la tua punizione ce l’hai già avuta e la tua immaginazione è stata mortificata a contatto con la realtà. (Ma morisse ‘sta realtà.)

Morale della favola: mai raccontare un’idea. Lasciatela decantare. E se ve la dimenticate c’è un motivo: faceva schifo.

La prima cosa che ho scritto

In un gruppo di Facebook è saltata fuori la domanda ‘Qual è la prima cosa che ricordate di aver scritto?’

Parlo della prima roba scritta non commissionata da insegnanti, maestre, zie, genitori.

Da piccola mi fu regalato un teatro di marionette. Bellissimo, gli sfondi me li ricordo ancora adesso. Sembravano tanto quelli della disney, suggestivi, dettagliati, pieni di storie anche quando erano vuoti. E le marionette erano di stoffa e legno. Re, streghe, giullari, cavalieri appesi a fili di plastica. C’era anche un sipario di raso rosa che tiravi su con dei fili nascosti dietro gli scenari di cartone.

Così la prima cosa che ho scritto è stata la sceneggiatura per uno spettacolo di marionette. Volevo che fosse perfetto, l’avrò riscritto cento volte perché avevo una pessima calligrafia. È finita poi in tragedia perché si sono arrotolati i fili, quindi ho ammazzato principessa, re e principe che erano in scena per mettere fine a quel guazzabuglio di arti piegati in maniera molto poco naturale. La strega ha vinto. Avevo otto anni. Traumi.

I lettori non vi leggono nel cervello – GVPS

Quando scrivete non date per scontato che i lettori vi leggano anche nel cervello.

Ci sono cose che non hanno bisogno di essere spiegate perché o sono chiare senza bisogno di mappe concettuali o non gliene frega una mazza a nessuno.

Ma ci sono anche cose che voi avete chiare in mente (la storia è la vostra d’altronde) ma il lettore no. Quindi, tipo, raccontategliela, e non date per scontato che segua a prescindere la fantastiche evoluzioni del vostro cervellino perché, no, non lo farà. E no, non è colpa sua (di solito).

P.S. questa è Grandi Verità per scrittori: una rubrica dedicata a chi scrive da parte di una che legge tanto, forse anche troppo.